Login
 
 COPERTINA Riduci
2005

  

 

 DIPINGENDO PAROLE

 

Il Notaio ci consegnò le chiavi, la mia era senza dubbio la più bella. Anche un bambino vedendole avrebbe scelto quella: lunga il doppio delle altre e di un ferro reso scuro dal tempo.

«Ad ognuno la propria ricchezza…» - pensai.

Mirco guardava i suoi amici che si stavano battendo per lui, non li vedeva da tempo ma erano al suo fianco nel giorno più importante. Fiero e commosso, sembrava estraniato da quanto avveniva, come se quello che vedeva gli fosse già sufficiente.

…era entrato nel Cerchio delle Fate dove il tempo di una danza può durare un giorno oppure anni.

 Capitolo 1 e 2 Riduci


uno


La carta da disegno era sistemata sul cavalletto; intorno roccia, umidità e buio. Una mano aveva sistemato la carta e disposto i pennelli accanto a se, illuminata soltanto da un’apertura sulla volta; un cerchio irregolare, un fascio di luce che scendendo la colpiva.

Quando giunse la notte su quella parte di mondo, il foglio era bianco e la mano lo osservava dubbiosa.


due


- … ed infine rimane la casa di campagna. Certo però il valore non è paragonabile.

- Senza dubbio! – rispose una delle mie sorelle.

- Cosa ci consiglia di fare Signor Notaio? – chiese l’altra mia sorella.

- Un notaio non dà consigli. Comunque, vista l’amicizia che mi legava a vostro nonno… Lasciandovi i tre beni in comune si è determinata una situazione piuttosto complicata; la cosa economicamente più giusta si otterrebbe vendendo i tre immobili e dividendo poi il ricavato, ma in questo caso molto se ne andrebbe in spese e tasse; per non parlare del valore affettivo. Un’altra eventualità potrebbe essere quella di tenerli in comune, ma anche essendo al momento tutti d’accordo, questo non vi metterebbe al riparo da futuri problemi.

- Assolutamente No! Questa possibilità va evitata. Dividiamo tutto ora! – disse mia sorella, già decisa e preparata all’appuntamento.

- Purtroppo i beni non hanno lo stesso valore. Potremmo considerare simile quello delle due case di città ma quella di campagna… - aggiunse il Notaio.

- Ci prenderemo qualche giorno per pensarci su – dissi io – magari il nonno avrebbe preferito che mantenessimo in comune quello che ci ha lasciato.

Il Notaio accettò la mia proposta, riconvocandoci per il Lunedì della settimana successiva.


- Mirco sei sempre il solito indeciso, così ci fai soltanto perdere altro tempo.

- E soldi! Il notaio ci costa sai, cosa ti credi – aggiunse l’altra mia sorella appena usciti dall’ufficio.


Pensai per gran parte della notte ma quando finalmente presi sonno ero tornato sereno.

Il mattino successivo chiamai il Notaio.

- … se a loro va bene, divideremo i tre immobili direttamente, senza nessuna vendita. Faccia pure questa proposta alle mie sorelle, se accettano prepari le carte che Lunedì firmiamo.


Firmai.


Il Notaio ci consegnò le chiavi, la mia era senza dubbio la più bella. Anche un bambino vedendole avrebbe scelto quella: lunga il doppio delle altre e di un ferro reso scuro dal tempo.

Scendemmo in strada e ci congedammo con saluti di circostanza. «Ad ognuno la propria ricchezza…» - pensai. Le mie sorelle erano sorridenti, ai loro occhi rimanevo soltanto il fratello minore ed anche in quell’occasione glielo avevo dimostrato. Potevano continuare a crederlo; la chiave che volevo, che avevo scelto, era nella mia tasca.


Mi licenziai. Logicamente non capivano come da un giorno all'altro si potessero cambiare così i propri orizzonti. Le difficoltà si sarebbero sicuramente presentate, ma non le vedevo, a differenza di altre volte ero sereno nell'ignoto, senza certezze né appoggi, finalmente libero di scegliermi le giornate. Non sapevo bene dove andavo ma cosa avevo lasciato Sì; questo per il momento era sufficiente.


Tre giorni dopo avevo salutato gli amici, mio padre e mia madre ed ero in viaggio per la Liguria. Nello zaino qualche cambio, alcuni libri, spazzolino, dentifricio ed un asciugamano da mare pronto a fare da bosco e da riviera. Lungo l'autostrada mi domandavo in quali condizioni avrei trovato la casa, ed anche se l’avrei trovata.


Il sole colpiva l’autostrada ed i miei occhi.


Molte immagini avevano iniziato a passarmi davanti, confuse al principio presero poi contorni più definiti. Chissà cosa era rimasto di quella casa e cosa dei miei ricordi.

Un colpo sordo attraversò la mia testa, un suono cupo mi ripresentava la realtà. Un signore si sbracciava pericolosamente dentro la sua macchina troppo vicina alla mia, inveiva contro di me dal finestrino. Lo mandai istintivamente “a quel paese” ma subito dopo misi a fuoco: probabilmente aveva ragione lui. Ho sentito raccontare del suono che durante i colpi di sonno investe improvvisamente chi è alla guida, un colpo, un battito di mani che l’angelo custode compie prima che sia troppo tardi. Non mi ero addormentato, ma rapito dalla mia memoria non sarei andato molto lontano su quell’autostrada. Il mio angiolino aveva pensato bene di battermi le mani, o più probabilmente di suonare il clacson del signore che allontanandosi velocemente davanti a me, continuava ad agitare le braccia all'interno della sua scatolina di lamiera.

Cercai di mantenere una certa lucidità alla guida senza per questo rinunciare ai miei ricordi. «Se la casa è da tempo abbandonata non riuscirò nemmeno a raggiungerla in macchina» - pensai - «E se è pericolante, dovrò cercarmi anche un posto per la notte». Avevo però una meta, questo era sufficiente per farmi guidare deciso verso casa di mio nonno, ora casa mia.

Con qualche ricordo ed un'occhiata alla carta stradale arrivai in zona, attraversando il paese notai il vecchio circolo con il solito capannello di gente che si riuniva lì. Lasciate le case una stradina sulla destra saliva attraversando un bosco di castagni e faggi. Era lei. Il cartello “Strada dissestata” mi dava il benvenuto. Poco dopo il percorso diventava sempre più stretto, «Attenzione: avanzata rovi» avrebbero dovuto scriverci. Sì, la strada era quella ed era in condizioni veramente disastrose. Mio padre avrebbe tenuto il respiro per lunghi tratti, come anni fa, quando mi accompagnava quassù, rischiando un'apnea impossibile e pericolosa. «Respira babbo, altrimenti dovremo cambiare altro che la macchina…». Sorridevo. Individuare dove mettere le ruote tra erbacce, rovi e ciottoli era sempre più arduo. Toccai il fondo della macchina. «Avrò ancora bisogno della mia vecchia auto» - mi dissi accostando. Continuai a piedi.


Una discesa mi spingeva controvoglia ad affrettare il passo. E’ più faticoso trattenersi che lasciarsi andare. Guardai il sole, alto nel cielo mi accecò gli occhi.




Se potesse continuerebbe all’infinito ad elencare i disagi di questo posto: l’acqua fredda, il letto scomodo, la strada dissestata da fare in macchina per entrare ed uscire da “questa prigione sperduta”, così la definisce lui. Le note di colore non mancano mai e mio padre è sempre in momenti particolari che ci guasta le giornate; è comunque in questo periodo dell’anno che vedo tra i miei genitori sorrisi più frequenti riaffacciarsi felicemente ai miei occhi.

Corro nei prati, gioco a pallone, passo il tempo sull’altalena di legno costruita dietro casa con le nostre mani.

Qua mia madre sorride chiamandomi dal balcone appena un attimo prima di mangiare «Adesso vieni, è pronto!». Sì pronto, sarò di nuovo pronto a catapultarmi fuori di casa appena mangiato. I giorni quassù passano velocemente, scopro ogni giorno cose e posti nuovi, reali o inventati.

Non sapere lascia immaginare.


Scendo veloce per il discesone dei carretti. Ne ho uno velocissimo, fatto dal nonno imbullettando alcune assi di legno in una specie di quadrato dove mi siedo. Smadonnava e smartellava. Tagliando due manici di scopa disse «Quello più lungo è per le ruote dietro, quello corto per le ruote davanti». Il manico di scopa corto ha le estremità unite da una corda. «Tiri a destra e vai a destra, tiri a sinistra e vai a sinistra» - aggiunse guardandomi negli occhi - «E’ facile!». Da un cassetto della rimessa tirò fuori delle scatoline celesti. «Ecco quattro cuscinetti nuovi. Sono per te. Vieni, finiamo l’opera». Togliemmo il primo cuscinetto dalla sua scatolina. «Tieni! - mi disse - montiamolo insieme». Lo spingevamo con forza dentro un’estremità del manico di scopa. «Fatto». Poi piantò un chiodo e lo piegò. «Così non ti esce la ruota mentre corri, - disse. – Ed ora sotto con gli altri tre». Davanti a me prendeva forma il desiderio di molte estati. Ho già guardato troppo a lungo gli altri ragazzi scendere con i carretti verso il paese, quest’anno anche io parteciperò alle gare. «Non ti fare male, altrimenti tuo padre non la smetterà più!» - disse il nonno. «Prima allenati sul discesone che porta qui a casa, ma occhio al balzo mi raccomando». E’ il carretto più veloce e più bello di tutto il paese; forse non sarà così ma per me lo è.




I ricordi si mescolavano con la realtà, un colpo, un suono, qualcosa mi riportò nel presente, ero ormai in fondo alla discesa, a diritto c’era il campo, dietro la curva avrebbe lentamente preso forma la casa del nonno. «Sono arrivato» - mi dissi. L’estate stava lasciando il posto all’autunno, lo zaino in spalla mi faceva sudare la schiena, il vento ghiacciava quella e non solo…

Presi la chiave dallo zaino, quando la infilai nella porta gli antichi intarsi mi parlarono, provai qualcosa di particolare, la sensazione dei ricordi che stanno nel piccolo spazio che ognuno si crea tra la memoria ed il cuore.

Tra qualche difficoltà la serratura scattò, l’emozione era simile a quando da ragazzino girai la chiave dell’auto di mio padre per la prima lezione di guida.


Un venditore l’avrebbe definita da ristrutturare, il Comune inagibile, io sicuramente molto da rimettere.

Mi accampai. Quella era la mia nuova casa e lì volevo restare; era cambiato tutto: sul davanti erba alta, arbusti e piante spontanee facevano da padrone, le tegole del tetto assomigliavano ai capelli del nonno scompigliati dal vento, la struttura dell’edificio era accasciata su se stessa, proprio come quando lui, addormentato con i gomiti sul tavolo, si ripiegava con la testa in avanti, fortunatamente senza cadere.

I vetri erano quasi tutti rotti: il vento o i ragazzi si erano divertiti a farli andare in frantumi. Tre cose restavano intatte al loro posto: la scogliera, il mare, che visto da lì sembrava iniziare proprio sotto al Saltone, ed il bosco, che in lontananza con i suoi minacciosi avamposti di rovi avanzava verso il campo dietro, pronto ad attaccare la casa.


 Stampa   

 Capitolo 3 - 4 - 5 - 6 Riduci

tre


Nel paese che Mirco aveva attraversato prima di raggiungere la casa della scogliera, vivevano Luca e Marco, appena finita la terza media si erano messi a lavorare in ristoranti e pizzerie: in estate i turisti non mancavano e con qualche sacrificio a fine stagione avevano messo insieme un bel gruzzoletto. Con il passare degli anni le esigenze erano cambiate, le nuove responsabilità familiari esigevano un lavoro più stabile e con orari più normali, così nuovamente insieme si erano messi a fare prima i manovali e poi i muratori; il lavoro era duro ma nel giro di qualche anno la ditta che avevano formato gli consentiva di vivere con una certa tranquillità.

Le vecchie case del paese venivano ristrutturate da molti cittadini pentiti pronti a riscoprire la campagna, o da chi si poteva permettere una seconda casa a due passi dal mare.



quattro



Con alcuni muratori del paese iniziai i lavori. L'accordo prevedeva che io venissi coinvolto in tutte le attività e conteggiato come manovale. Videro la situazione in cui ero, senza acqua corrente, senza elettricità, né gas. «Ci prende in giro, via. Lei non ci vive veramente».

Scendevo in paese per comperare scatolame vario: tonno, carne pronta, mais ed altro. Volevo sapere come veniva ristrutturato ogni angolo della mia nuova casa, essere presente in tutte le scelte e contribuirvi fisicamente. Avevo idee particolari che spesso suscitavano sorrisi tra gli operai. Volevo decidere io, ascoltavo tutti ma l'ultima parola era sempre la mia. Pagavo materiali e compensi con l'avanzare dei lavori, in genere ogni due settimane. Non volevo sorprese dai loro conti, e loro, visto che erano contenti così, probabilmente non ne volevano da me. A volte li sentivo parlare: il mio modo di vivere non gli sembrava né affidabile né duraturo; senza un vero recapito, senza un cellulare né un telefono fisso, legato soltanto a quel casolare in ristrutturazione, forse temevano che sparissi da un giorno all'altro, o che improvvisamente spuntasse il vero proprietario dell'immobile.


A fine autunno il tetto era sistemato, molte travi portanti sostituite e gli intonaci non cadevano più. Stare lì non era più un pericolo; nemmeno per il Comune. Finalmente il generatore a gasolio portato per i lavori poteva fare silenzio.

Pagai e salutai i muratori, l’appuntamento era per l’arrivo della primavera. «Voglio pensarci - dissi. - Ora che sta in piedi da sola la guarderò un po’ prima di decidere il resto». Mi salutarono, ormai erano abituati alle mie stranezze e sembravano sinceramente dispiaciuti di lasciare il posto e me a trascorrere l’inverno quassù da soli.

«Ci vediamo a primavera allora…» disse uno di loro. «Se viene giù in paese ci chiami, berremo qualcosa insieme…» aggiunsero allontanandosi. Sorrisi, salutando senza troppa convinzione, la loro Ape scomparve dietro la curva. «Se il Comune non renderà la strada praticabile per l’inverno dovrò comperarmi anche io un mezzo come quello» - pensai.


Mi voltai, nello spiazzo tra lo sterrato ed il campo osservavo la casa: enorme e grigia. Bellissima. La immaginavo finita; un quadro ben impresso nella mia mente, ogni tanto una pennellata in qua e là aggiungeva qualche piccolo dettaglio a completare lo scenario ma l'esterno era già delineato nei miei pensieri. L’interno era invece oscuro, immerso nella nebbia.

Nebbia come quella che al mattino avvolge il bosco dietro casa, visibile in lontananza dalle finestre delle poche stanze che occupavo.

Il cancellino in ferro battuto segnava l’inizio della mia terra, o meglio, di quella che mi aveva lasciato il nonno. La casa ed il “campo davanti”, erano racchiusi da un muretto a secco «…fatto completamente di pietre del posto» come ricordava sempre a tutti mio nonno. Il muro, non più alto di un metro, era interrotto in due soli punti: davanti, per fare da appoggio al cancellino di ferro e dietro per accedere al campo da lavoro; con calma avrei risistemato il cancellino ed anche il muretto, perché visti così non si capiva chi sostenesse l’altro.

Trenta passi mi dividevano dalla casa: il “campo davanti”, polveroso, secco e cosparso di materiali edili ed elettrici, fungeva in pratica da discarica. I serpentubi degli elettricisti cercavano ogni volta di impedirmi l’attraversamento; non capivo come, ma anche spostandoli riuscivano sempre a rimettersi in mezzo, pronti ad agguantarmi le caviglie.

Avrei ripulito tutto, lo avrei fatto un po’ alla volta, durante l’inverno.

«Ventisette, ventotto, ventinove, e trenta. Torna. Sono al porticato». Voltandomi urtai il vaso di terra cotta vicino alla porta d’ingresso, un tonfo sordo, fortunatamente anche rotolando sul pavimento di legno non si ruppe. Lo sollevai, sollevato.

La porta d’ingresso. Avrei risistemato anche lei. «Questa è tutta di…» aveva detto il falegname. Cipresso o abete? Non mi ricordavo più. «Mi raccomando, non la butti per un moderno portoncino. Restaurarlo costerà di più ma sarà tutt’altra cosa!». Non mi conosceva, per buttare via quella porta avrebbero dovuto prima buttare via me.

L’entrata si apriva in una sala spaziosa, con un enorme camino appoggiato alla parete di sinistra, al centro un vecchio divano e sulla parete di fronte una libreria: un albero spoglio in pieno autunno. Un mobile e qualche quadro sistemato frettolosamente, esaurivano gli arredi della stanza. Sulla destra si entrava in cucina, che insieme alla mia vecchia camera ed al bagno, erano le uniche stanze rese vivibili dalla ristrutturazione. Avevo sistemato parte del piano terreno, il resto e tutto il primo piano avrebbero aspettato, con la libreria, la fioritura di primavera.

Dormivo in un letto a due piazze trovato in cantina, che con un tavolone del nonno, diventato subito la mia nuova scrivania, un armadio, un comodino e qualche foto alla parete, formavano la mia nuova camera. Dalla finestra vedevo il “campo dietro”, con l’orto, la vigna e gli ulivi, poi campo e ancora campo fino a là, fino al bosco. Quella era sempre stata la mia finestra e quello il bosco dei sogni e degli incantesimi. Le due finestre di cucina affacciavano sul lato destro della casa: una ventina di metri di campo e poi la scogliera, il Saltone e poi giù roccia fino all’acqua, fino al mare. All’altezza del Saltone i gabbiani disegnavano traiettorie circolari; il loro suono si confondeva con il ruggito delle onde scagliate contro le rocce, un posto perfetto per ammirare quel mondo e per sentirne il fragore, così simile, per intensità, ma così lontano da quello del traffico intenso di città.

Il sole, vicino al tramonto, attirò i miei occhi, portando con se anche alcuni ricordi.

Oggi la scogliera è addormentata, da qui vedo e sento lo stato d’animo del mare. I gabbiani volteggiano sopra di me, sembrano avere una pista definita, invisibile ai miei occhi ma perfettamente disegnata nell’aria per i loro; sceglierò un pilota da seguire durante le loro gare. Fermo e rannicchiato li osservo dal Saltone, loro sono altrettanto curiosi ed a volte vengono a vedere che cosa sono, arrivano vicini al mio nascondiglio, muovono la testa e gli occhi nella mia direzione, poi si voltano e continuano il volo: pochi istanti e sono già lontani.

Mi piace starmene qui immobile ad osservare quel tratto di mare, quella che vedo è solo una parte dell’acqua che lo forma, solo un aspetto delle varie personalità che assume.

Anche i grandi sono così, e come lui cambiano velocemente.

Quassù il vento accarezza o schiaffeggia la faccia; adesso è tranquillo ma già tra poche ore potrebbe essere capace di tutto trascinando con se l’umore del mare. Ho rispetto per lui, non ho grande confidenza con le sue onde ma grande amore per il suo movimento, quell’avanti e indietro continuo cattura il mio sguardo come il fuoco del camino.

So contare le fiamme ed anche le onde, è utile e divertente per altri giochi.

«…centottantanove, centonovanta!»

«…duecentodiciannove, duecentoventi! L’albero di destra e…».



cinque



- Ci sono molti aspetti nel carattere di un bambino, più molteplici che negli adulti, le assicuro che anche dentro di noi cerchiamo di far coesistere tante facce della stessa medaglia - disse una giovane donna con i capelli lunghi e neri che le scendevano dietro le spalle appoggiandosi al camice bianco.

- Avrà mai una vita normale?

- Quella che sta vivendo, è una vita normale.

- Lo pensa davvero?

- Ha una sensibilità superiore alla media, questo lo porta spesso lontano dalla realtà - rispose la dottoressa.

- Nel gioco tende ad isolarsi, non condivide con i bambini nessun interesse…

- Non né trova. Vive le situazioni in maniera tutta sua, diversa dagli altri. E’ un bambino speciale!

- A volte penso… Beh, lo avrei voluto normale.

- Spesso vi affannate per cercare di renderli speciali. Lo guardi, lo ami così com’è.

Lui era al di là della vetrata, nella sala dei giochi.

Continuava a guardare l’immagine di un poster attaccato alla parete: “I grandi volatili”.

- Vede Dottoressa, è capace di starsene lì fermo ad osservarlo per ore. Accanto a lui i bambini saltano da quello scivolo tuffandosi nel mucchio di palline, mentre lui nemmeno si muove.

- In questo momento si è isolato. Lui non sta male, non è stato escluso dal gioco, è lui che sceglie di restarne fuori; semplicemente si sente meglio dov’è. Crescendo migliorerà, sentirà maggiormente i condizionamenti comportamentali esterni e si relazionerà di più con gli altri: in pratica sceglierà sempre di meno, probabilmente soffrendo di più.

- A quanti anni succederà?

- Non c’è un’età stabilita. Qual è l’età in cui un ragazzo diventa adulto? Non ci sono regole, dovrà aspettare, non abbia fretta. Lo guardi, è sereno.

In quel momento aveva preso a camminare velocemente, allargando le braccia, sembrava volare: tre giri intorno alla stanza e prese le scalette dello scivolo piombando come un gabbiano dentro al mare di palline.

La donna che parlava con la Dottoressa si alzò di scatto andando immediatamente alla vetrata; dalla vasca volavano fuori palline lanciate da due braccia esili ma decise, poi due occhi neri spuntarono dal bordo guardando in direzione dell’ufficio.

- Continua pure a parlare mamma, non preoccuparti io sto bene - pensò in quel momento il bambino.

Dalla vetrata insonorizzata quella frase, anche se pronunciata, non si sarebbe sentita, ma quegli occhi parlavano: cercavano amore.



sei



La mano impugnava leggera un lapis, movendosi lentamente formava sulla carta traiettorie appena definite.

Prendeva forma qualcosa; probabilmente un paesaggio.


Con la notte la temperatura si abbassava notevolmente ed il giorno successivo fino a quando il sole non scaldava la parete di roccia, la carta rimaneva inservibile, troppo umide le fibre di cellulosa per farsi violare dalla punta di grafite.

A sera l’oscurità scendeva presto, le giornate erano ancora troppo corte perché il lavoro procedesse speditamente. Un’altra stagione avrebbe portato luce e colori, bisognava aspettare.


 Stampa   

 Capitolo 7 - 8 - 9 - 10 Riduci

sette


L’inverno stava finendo. Il campo davanti, completamente ripulito, si preparava a ricevere i nuovi fili d’erba. Nelle giornate di bel tempo, avevo fatto molti lavoretti qua e là e l’esterno lo consideravo sistemato. In questa stagione il sole ha un fascino particolare, scalda e non accalda, trasmette energia ma non né toglie, illumina ma non acceca, è nel suo momento migliore. Le giornate, anche se passate interamente a lavorare, sono brevi e non stancano come in città dove i ritmi non guardano alle stagioni. Mi ero improvvisato fabbro per il cancellino davanti, giardiniere per la cura delle piante ed anche falegname per lo steccato del campo dietro. La rimessa era ripulita e le attrezzature del nonno quasi tutte funzionanti. Camminando per la vecchia vigna, pensavo che dopo l’esperienza nell’orto avrei anche potuto tentare di fare il contadino.

Un giorno mentre sostituivo i pali della staccionata, quella che mi divideva dal vuoto, notai che la scalinata nella roccia esisteva ancora: ripulita da rovi ed erbacce avrebbe nuovamente permesso un faticoso ma diretto accesso al mare. Rimanevo spesso lassù a guardare la scogliera scendere ripida verso il mare, potente ed affascinante come lui. Da lassù vedevo il Saltone. «Un giorno ci tornerò di nuovo» – mi dissi.

Una mattina un motorino giunse fino allo spiazzo di fronte a casa. «C’è nessuno?» Il postino era arrivato fino lì. I documenti presentati al Comune per la residenza, iniziavano lentamente a procurare gli effetti collaterali, questo luogo tornava a fare parte del mondo e mi dispiaceva un po’. «E’ per lei!» - mi disse porgendo una lettera. «Madonna però che strada. Ma dove è andato a cacciarsi. Spero proprio di non venirci troppo spesso».

Sorrisi.

Il postino si guardava intorno: guardava la casa, poi me, il campo davanti e poi di nuovo me. Mi lasciò la lettera. «Dovrà mettere una cassetta della posta!» - disse.

Sorrisi di nuovo.

Accese il motorino e ripartì.

La lettera portava l’intestazione del Notaio.

Strappai la busta.

«Egregio Signor Rangoni, la invitiamo a presentarsi il giorno…

in quanto…

il tutto subordinato al fatto che sia ancora in possesso dell’immobile in oggetto».

Leggendo camminavo lentamente verso casa, sospeso tra curiosità e preoccupazione.

Passai i giorni che mi separavano dall’appuntamento in preda all’agitazione, sensazione completamente scomparsa da quando vivevo lì.

Avevo un brutto presentimento: paura che qualcosa o qualcuno potesse, o volesse, togliermi quello che amavo. Se fosse stato così mi sarei battuto come mai avevo fatto prima in vita mia per continuare a scegliermi quel futuro.

Il giorno prima dell’appuntamento, lo passai a smartellare con violenza nella rimessa, mi sfogavo costruendo. Piantai la cassetta della posta che era ormai sera, al mio ritorno avrei raccolto frutti e spine.


Potevo partire.


- Signor Rangoni, ci rivediamo - disse il Notaio.

- …

- Suo nonno come sa era un tipo particolare e se posso azzardare una confidenza credo che in cuor suo sperasse che la casa della scogliera finisse a lei.

- Lo ha saputo da lui?

- Beh... Lasciamo stare. E’ ancora in suo possesso?

- Sì! Perché, c’è qualche problema?

- No, nessun problema. A suo tempo ho avuto un altro incarico da suo nonno, ed oggi lo assolverò. Le consegno questo contenitore: è un’urna cineraria, suo nonno chiese di essere cremato, ed io dovevo conservare le sue ceneri per quattro mesi, dopo di che, se nessuno dei suoi nipoti fosse stato più in possesso della casa della scogliera avrei dovuto io stesso provvedere alle sue ultime volontà. Fortunatamente per me, ma in particolare per suo nonno, sarà invece lei a farlo. Queste sono le ultime istruzioni, sono scritte di suo pugno, e questa è la busta che le accompagnava, dentro troverà qualcos’altro.

Mi salutò.

Lo salutai.

Ero più curioso che preoccupato. Nessuno mi avrebbe toccato la casa, con quel pensiero felice mi fermai un paio di giorni in città, salutai genitori e amici strappando qualche promessa di una futura visita, poi accompagnato dalla musica dei Pink Floyd me ne tornai in auto nel mio nuovo mondo.

La strada da percorrere sembrava ogni volta più breve e fortunatamente anche l’ultimo tratto, quello per arrivare alla casa, con gli interventi realizzati si era fatto finalmente percorribile. «Le apnee sono pericolose anche da giovani…» - pensai sorridendo.

Arrivai allo spiazzo. La cassetta della posta era al suo posto, il palo piantato vicino al cancellino faceva sporgere il contenitore verso l’esterno, aperto lo sportellino trovai varie bollette; tutte spine.

L’unico frutto lo portavo dalla città: nella busta una lettera di poche righe: «Grazie! Questa è per te, cerca di farne buon uso». Insieme alla lettera una piccolissima chiavina d’oro, un ciondolo che dubbioso attaccai alla catenina.

Scesi sul Saltone ad eseguire le ultime volontà del nonno.

«Il mio ultimo volo possibile» - aveva scritto.

Il vento che soffiava sempre forte al Saltone, quel giorno era calmo, un respiro lieve che accompagnò dolcemente il nonno verso il mare, portando con se alcuni ricordi.


Il nonno questa mattina mi ha trovato sul “Saltone” «Mirco, vieni via di lì – mi ha urlato dall’alto. – E’ pericoloso! Per quel viaggio non sei ancora pronto…». Sono tornato su attento a dove mettevo i piedi. Scendere è più facile.

Fortunatamente non si è arrabbiato molto ma a pranzo non mi ha rivolto parola, poi nel pomeriggio mentre giocavo a pallone con il muro di casa, dal campo ho sentito «Mirco, vieni a vedere come si fanno gli innesti, altrimenti per voi cittadini saranno soltanto collegamenti di strade».

Sono corso da lui. Ho fatto quello che mi ha chiesto ascoltando la spiegazione, non ci ho capito molto e non so a cosa potrà servirmi ma a lui non l’ho detto, era così felice di fare questa cosa con me.

Adesso ho spento la luce; è buio, lui è di là con un libro e sicuramente già dorme. Mi ha promesso che domani faremo altre cose insieme: sarà stato per convincermi ad andare a letto presto o perché vuole che resti lontano dal Saltone? Probabilmente un po’ per tutte e due.

Ha mantenuto la promessa.

Siamo in cantina a riempire bottiglie e fiaschi, tiene in mano un tubo di gomma che ha appena succhiato da un’estremità: si è formato un tunnel di collegamento percorso velocemente da quel liquido rossastro che partendo dalla damigiana va a riempire una bottiglia all’estremità opposta. Adesso cambia fiasco, rimette il tubo in bocca assaggiando per sicurezza la nuova entrata. Io gli passo le bottiglie, dietro di me ne ho una lunga fila che arriva quasi fino alla porta. Risultato: una macchia a terra sempre più larga e lui sempre più allegro e traballante.



otto


L’acqua era fredda ed in quel punto scorreva veloce bagnando i piedi e le ginocchia nude della Dottoressa che aveva tirato su la gonna in modo che fosse al riparo dall’acqua.

Camminava lentamente ripensando agli ospiti presenti nella struttura, quei bambini speciali che da un po’ di tempo erano diventati il suo lavoro, la sua passione e la sua vita. «Tutti i bambini che ho adesso hanno manifestato prestissimo un’incapacità a mettersi in rapporto con l’ambiente. I genitori li ricordano come bambini autosufficienti, felicissimi di essere lasciati nel loro guscio, con la tendenza ad isolarsi non recependo segnali provenienti dall'esterno, tanto che per la maggior parte di loro la ragione della prima consultazione è stata il sospetto di sordità e che spesso, pur avendo acquisito il linguaggio, non lo utilizzavano per comunicare diventando poi bambini “muti” che di tanto in tanto pronunciavano qualche parola.

Abili nel costruire puzzle e ricordare canzoncine e filastrocche, sono sempre stati un vanto per i genitori che invece avrebbero dovuto accorgersi e parlare. Ma sarebbe chiedere troppo a padri e madri freddi ed assorbiti dalle loro attività, incapaci di essere affettuosi o di provare interesse verso gli altri.

L’acqua fredda mi ha rallentato troppo la circolazione e con lei anche i pensieri – si disse la Dottoressa guardando i suoi piedi nudi asciugarsi al sole. - Perché voglio sempre convincermi che l’autismo infantile derivi da una mancanza di natura familiare e non, come probabilmente è, da un disturbo congenito. Perché spaventati dalle malattie andiamo sempre in cerca di una causa per tranquillizzarci».

Mancava soltanto mezz’ora all’appuntamento con la madre di Daniele, doveva affrettarsi.


- Viene volentieri il bambino?

- Se viene volentieri non lo so, certo non si mette ad urlare e divincolarsi come accade in altri posti; abbiamo fatto scenate che neanche immagina.

- No, no, posso immaginare... - rispose la dottoressa, poi aggiunse - Può portare il bambino due volte la settimana se vuole, si è liberato un posto e...

- Non so, non è una cosa facile - la madre aprì la borsa prendendo l'agenda, sembrava un riflesso incondizionato. - Per trovare queste due ore ho fatto i salti mortali, sa, lavoriamo anche noi.

- Sarebbe utile al bambino, ma se non può lascio il posto ad un altro, non si preoccupi ho una lunga lista.

- Le farò sapere - rispose la donna.

Dal vetro si vedevano alcuni bambini intorno ad un tavolo.

- Vede Signora, suo figlio sta disegnando.

- Sì, in un angolo, lontano da tutti. - rispose.

- Alcuni bambini sono con noi da molto; Daniele inizierà lentamente ad osservare gli altri e forse con il tempo li imiterà, migliorando.

- Potrebbe anche peggiorare però, imitando chi è più indietro di lui.

- Questo non accadrà - la Dottoressa la guardò dritta negli occhi, poi aggiunse - tutti hanno qualità da insegnare ed altre da imparare, come noi grandi del resto. Adesso facciamolo chiamare. La Dottoressa si avvicinò ad un interfono.

- Mi può portare Daniele - disse.


Una educatrice si avvicinò al bambino, chiamandolo attirò la sua attenzione, cercò di prenderlo per mano ma fu respinta, poi si avviarono parlottando verso l’uscita. Un istante dopo bussarono alla porta.

- Eccoci qua. Questo bambino ha fatto veramente un bel disegno - disse l'educatrice mentre lo accompagnava dalla madre.

Lei prendendolo sulle ginocchia si sistemò la gonna. - Fai attenzione - gli disse.

- Cosa sono queste? - chiese la Dottoressa al bambino indicando il disegno.

Lui non rispose.

- Sembrano case. Questi invece scommetto che sono alberi e...

- E' un bosco - disse il bambino alzando lo sguardo.

- Brutto brigante - disse la madre. - A casa disegni solo mostri e fregacci, qui invece... Se fai così questi signori non crederanno mai a quello che gli dico.

- Bravo Daniele è un bel disegno - la interruppe la Dottoressa. - La prossima volta puoi anche colorarlo se vuoi. Verrà ancora più bello.

- Non ci sono i colori! - rispose il bambino.

- Come non ci sono i colori Daniele, erano sul tavolo, li ho visti anche io - disse la madre.

Il bambino abbassò gli occhi e non rispose.



nove


Arrivò il ventuno di febbraio. «Al mare, per le stagioni siamo un mese avanti! - dicevano in paese - Ormai è quasi primavera». Con la nuova stagione mi ero promesso di mettere gli occhi, e non solo quelli, alla cantina. Volevo rimettere tutto in ordine per comperare il vino della zona, poi avrei fatto come il nonno che lo travasava dalle damigiane in fiaschi e bottiglie.

Dalla porta della cantina uscirono molte cose: assi di legno, pezzi di ferro, bottiglie infrante ed altre affrante perché da anni inutilizzate. Resi l’onore delle armi a dei vecchi attrezzi contadini ormai inservibili appendendoli disordinatamente sulla facciata frontale della casa, dove aggiunsero immediatamente fascino e bellezza al quadro d’insieme. Due giorni dopo ammucchiai nel campo davanti tutti i rifiuti. Avrei voluto richiamare i muratori per portare via quella roba ma avrebbero chiesto della ristrutturazione ed io non avevo ancora le idee chiare su cosa fare. Non avevo fretta. Risparmiando un po’, i soldi che avevo da parte mi garantivano un’autonomia di circa un anno, un anno e mezzo, prima di allora non avrei avuto bisogno di nuove entrate per sopravvivere. Per risparmiare ci sono due strade: guadagnare di più o spendere di meno ed io avrei scelto come sempre la seconda.

La cantina era finalmente utilizzabile, sopra le mensole file di bottiglie e fiaschi ben lavati erano felicemente pronti per essere nuovamente usati. Dominavano la scena la vecchia cassapanca di legno e tre tini in ottime condizioni che, ripuliti e sistemati, avrebbero sicuramente fatto gola a qualche rigattiere di città.

Un giorno mentre finivo di sistemare alcune cose portai il vecchio panchetto di legno fatto apposta per me dal nonno, davanti alla cassapanca; avrei voluto spalancarne il coperchio già da tempo ma aspettavo, avevo paura di non trovarci più niente, non saperlo conteneva ancora una possibilità. Durante la ristrutturazione nessuno aveva messo piede in cantina, i muratori stessi non capivano perché tenere allo scoperto attrezzi e materiali, ma non potevo rischiare che qualcun altro spalancasse il mio passato.

Un coperchio pesante per le mie braccia di bambino ma altrettanto pesante per la mia mente di adulto.

Decisi.

Lo rovesciai all’indietro appoggiandolo al muro, si aprì ai miei occhi ed al mio naso ormai immersi dentro ai ricordi; chiusi per anni là dentro avevano ancora odori e colori che adesso si sprigionavano verso di me. Troppe immagini saltavano alla mia mente, presi la cosa più a portata di mano e richiusi sbattendo.


La cantina è un buon rifugio, dopo il Saltone è il posto dove sto meglio.

Nascosto all’interno di uno dei tini mi rigiro tra le mani i miei segreti, una grande carta umida e polverosa che, illuminata soltanto da una torcia, leggo, disegno e modifico sognando scenari avventurosi. Una mappa del tesoro. La mia mappa del tesoro.

A volte il nonno mi trova addormentato qui dentro, mi prende in braccio e portandomi su per le scale mi mette a letto, il tutto lasciandomi in quel fantastico dormiveglia dove suoni e voci sembrano appartenere ad un mondo lontano. Un abbandono sicuro e consapevole nelle mani dell’altro di cui solo da bambini siamo capaci. «Non ti fare trovare dentro quando li riempirò! – mi diceva il giorno dopo. - Affogare nel vino sarà sempre meglio che nell’acqua ma non è certo un affare».

Questa volta non andrà così, sistemo la mappa e salgo a letto.

«…centottantanove, centonovanta!».

«…duecentodiciotto,duecentodiciannove, duecentoventi!».


dieci


«…centottantanove, centonovanta!» - contavo.

«…duecentodiciotto, duecentodiciannove, duecentoventi!».

Doveva essere lì. «Albero di destra, alzo lo sguardo e... Niente».

Provai di nuovo. «Questa riga è lo steccato del campo dietro, da qui avanti in direzione del bosco. Uno, due, tre…»

«…centottantanove, centonovanta. Non ci siamo». Non riuscivo nemmeno più a camminarci, il bosco si chiudeva sempre più.

«…duecentodiciannove, duecentoventi!». «L’albero di destra, alzo lo sguardo… Niente!». Dove sbagliavo?


Certo che sbagliavo. «Quando ho fatto questa mappa sarò stato grande sì e no un metro e quaranta, adesso sono quasi uno e novanta».

Scesi in paese, non mi vedevano spesso ma ero ormai benvoluto da tutti. Sicuramente i muratori avevano contribuito a darmi una certificazione di idoneità a parlarmi che i primi tempi ancora non avevo.

- Scusa! Puoi venire un attimo qui? - un bambino mi guardò, poi si voltò indietro, non pensava mi rivolgessi a lui. - Sì proprio te, puoi dirmi quanto sei alto?

- Sarò un metro e quaranta, forse un po’ meno. Perché?

- Perfetto - risposi io. - Puoi farmi un piacere? Partiamo da qui insieme ed arriviamo alla chiesa contando quanti passi ci vogliono. Va bene?

- E’ una cosa un po’ strana, comunque…

- Grazie, io sono Mirco, tu come ti chiami?

- Giovanni - rispose il bambino abbassando lo sguardo e strusciando una mano dentro l’altra ripetutamente.

- Bene Giovanni, iniziamo.

«Uno, due, tre…» - avanti fino alla chiesa.

- Trentotto! - disse lui.

- Ventisei! - dissi io.

- E ora? - mi chiese.

- Adesso misuriamo. Tieni questo metro da muratori e torna indietro. - Quanto segna? - domandai.

- Quasi venti metri…

- Quanto precisamente? - insistetti tra lo sguardo divertito di alcuni paesani.

- Sono diciannove metri e sessanta… sessantatre!

- Va bene, va bene. Vieni qua adesso - dissi mentre si avvicinava riavvolgendo il metro. - Questi sono per te, comprati qualcosa - allungai la mano ma Giovanni fece uno schizzo indietro, si era spaventato.

- Veramente non… - balbettò sotto voce il ragazzino.

- No, no, prendili. Mi sei stato di grande aiuto e grazie ancora - questa volta mi avvicinai molto più lentamente. Allungò la mano sbilanciandosi oltre il corpo che restava proteso all’indietro, prese velocemente con le dita quanto gli offrivo e si allontanò di qualche passo.

Ci allontanammo, ognuno in direzione opposta all’altro. Quando mi voltai, per un istante mi sembrò che anche il ragazzino avesse appena girato la testa.


Appoggiato allo steccato del campo dietro, iniziai di nuovo a contare.

«Uno, due, tre…».

«…centotrenta, centotrentuno, centotrentadue!».

Sono già dentro il bosco, ad occhio e croce così torna di più.

«…centocinquanta, centocinquantuno, centocinquantadue, centocinquantadue e mezzo!». «Albero di destra. Alzo lo sguardo… Eccolo!». Non sbagliavo, era soltanto passato il tempo. «Sono cresciuto» - pensai. Qualche asse di legno, imbullettata ai rami con dei chiodi rugginosi penzolava ancora. Il vento, il sole, l’acqua, gli anni, avevano reso il mio fortino sull’albero un mucchio di rovine antiche: reperti bellissimi.

Il sole filtrava tra le fronde dell’albero, passava attraverso quello che rimaneva del fortino e colpiva i miei occhi, portandomi nuovi ricordi.

«Devo andare a chiamarla». Slego la scaletta e scendo. Ho fatto pulizie intorno all’albero e nel fortino. «Farò un figurone» - mi dico. E’ proprio il giorno giusto. Corro attraverso il bosco; solo conoscendolo a memoria si può andare così veloci. «Sarà in casa?» - il dubbio mi assale. «Perché non dovrebbe».

E’ sempre lei a vedere per prima le novità del fortino. «Manca poco alla fine del bosco, poi il pratone e sarò da lei». Nel periodo estivo giochiamo insieme, qua le distanze sono strane, per andare a trovare la vicina di casa devo correre una manciata di minuti, nella casa di città devo solo uscire dal pianerottolo e bussare. In compenso in città per fare l’isolato che mi separa dai miei amici devo “scomodare” i genitori, qui basta correre verso la loro casa senza chiedere neanche il permesso».

Accelero. Al pratone prendo a camminare normalmente, la vedo giocare in giardino. «E’ in casa!» - mi dico felice.

«Cosa fai?» - le chiedo con aria fintamente indifferente. «Perché?» - risponde lei. «Volevo farti vedere una cosa…» - faccio il misterioso.

Vorrei mostrarle il fortino come il pavone esibisce la sua ruota di piume colorate per colpire la femmina.

«Vieni?» - le dico. Lei, sempre sostenuta, dice «Tra poco devo uscire… Mi dispiace».

«Ma in dieci minuti torniamo» - non mi arrendo.

«Promesso?» - risponde aprendo una speranza.

«Promesso!» - esclamo.

Corriamo veloci. Le sue lunghe gambe scavalcavano gli ostacoli con la stessa maestria di un maschio. Arriviamo al fortino. «Accidenti, hai pulito tutto, non ci sono né radici, né foglie, né rovi. Veramente un bel lavoro». «Vedrai sopra - le dico - Vieni, ti faccio strada». «Hai aggiunto qualcosa, la scaletta continua fino a quell’asse di traverso». Si è accorta subito dei cambiamenti. «E’ vero. Sopra quell’asse c’è una tanica piena d’acqua, un tubo la porta fino qui». Sposto le foglie scoprendo il rubinetto. «Quando apri… Acqua! Non è magnifico?». «Se ti portavi una bottiglia non facevi prima?» - dice lei. «Ma così c’è il rubinetto e poi dura di più» - rispondo deluso. La riaccompagno a casa: i suoi dovevano uscire davvero e la stanno aspettando già arrabbiati. Ci salutiamo.

A volte torno raggiante verso casa sperando di aver fatto colpo su di lei, ma in genere rientro triste e, come adesso, mi rintano nel mio tino a leggere, pensare e sognare storie che vanno per il verso giusto.

Le bambine hanno uno strano modo, spesso inverso, di mostrare l’interesse verso i maschietti e crescendo tutto questo difficilmente migliora.




 Stampa   

 Capitolo 11 -12 - 13 -14 -15 Riduci

undici


Valeria metteva in ordine le sue bambole, dividere la stanza con Maria non gli piaceva, secondo lei era disordinata e poi si addormentava sempre a luce accesa, ma era l’unica altra bambina che frequentava la casa e per quei tre giorni l’avrebbe sopportata. Era incredibile come Valeria ricordasse i nomi di tutti quei bambolotti che sistemava regolarmente ogni volta nella solita posizione.

Maria entrò nella stanza, l’accompagnatore l’aiutò a sistemare le proprie cose sotto lo sguardo sfuggente di Valeria.

Alcuni bambini, in particolare nel periodo estivo, passavano i fine settimana nella struttura, raggiungendo quelli che invece vi trascorrevano periodi più lunghi Un servizio diurno ed uno ambulatoriale per i trattamenti comportamentali familiari completavano le attività del centro rivolti ai bambini dai quattro ai dodici anni.

Maria sistemò sul tavolo i contenitori di matite, lapis e pennarelli, poi tolse alcuni giornalini per fare posto ai suoi quaderni. Valeria la guardava. «Continua ad essere disordinata» - pensò, sedette ai piedi del letto ed iniziò a far ruotare ripetutamente uno dei lacci delle scarpe.

- Qualcosa non va? - chiese l’educatore.

Valeria restò immobile, lo sguardo era fisso sulla rotazione del laccio. Chiamò le bambine a sedersi al tavolo; Maria continuava a muovere le mani in modo ripetitivo, come se le stesse lavando, Valeria si era seduta per prima ma non aveva ancora alzato lo sguardo. «Almeno di notte starà ferma con quelle mani» - pensò.

- Per alcuni giorni dividerete nuovamente questa stanza e come al solito avrete delle cose personali, come il letto e l’armadio, ed altre in comune, come questo tavolo - disse l’educatore.

Quella era la base di partenza da cui settimanalmente si cercava di rompere l’isolamento di ognuna.

Valeria, dopo alcuni minuti, incoraggiata da quelle parole, risistemò i giornalini al loro posto, proprio accanto alla fila dei contenitori di Maria. La metà del tavolo che Valeria aveva tracciato con una sua linea immaginaria, sembrava soddisfare anche Maria che sistemò i suoi quaderni nello spazio a lei destinato.

Forse nessun muro o “no flight zone” tipici nel mondo adulto sarebbero stati necessari per mettere d’accordo quelle due bambine speciali.


dodici


Al circolo del paese chiesi chi possedeva il bosco dietro casa mia. All’inizio facevano finta di non capire, sembrava neanche sapessero di cosa stavo parlando ma era ben chiaro a tutti chi ero e qual’era la casa. Dovetti insistere un po’, poi finalmente il proprietario del bar mi appuntò su di un foglietto l’indirizzo di uno studio commerciale.

Presi informazioni e prezzi sui terreni boschivi della zona, poi feci un’offerta.

Una settimana dopo ricevetti una lettera dallo studio commerciale. A portarla fu il solito postino, che ogni volta più scontroso, mi diceva che il motorino non gli andava più come prima, che erano le buche ad averglielo rovinato così. Accettò un bicchiere di vino come piccolo risarcimento per le scomodità che gli procuravo, lo feci accomodare. Mi disse che in paese era arrivata voce che volevo comperare il bosco dei Guaronchi, che molti mi prendevano in giro e che la famiglia proprietaria quando aveva saputo dell’offerta si era messa a ridere: non sapevano nemmeno di possederlo e per quanto li riguardava avrebbero potuto venderlo, regalarlo o bruciarlo, quel pezzo di bosco. Mi disse anche che la cassetta della posta gli piaceva, che era originale e che fino ad allora le aveva viste solo nei film americani e che anche io ero un po’ particolare ma che cominciavo a piacergli. «Il vino ha sempre aperto molte porte» - pensai. Mi salutò. Guardavo il motorino allontanarsi: sbandava per le buche o per il vino? Chissà.

Ero convocato due giorni dopo allo studio commerciale.

Un ragioniere mi parlò della famiglia che rappresentava, che certo non aveva bisogno dei soldi di quel terreno per vivere e che non erano interessati a venderlo, elencando una lunghissima lista di motivi che avrebbe sfinito chiunque e che solo grazie ad alcuni quadri ed a qualche strano soprammobile che attirarono la mia attenzione, riuscii ad ascoltare fino in fondo. Annoiato cercai di congedarmi, a quel punto venne fuori un «Però…» pronunciato con enfasi dal ragioniere. Un “Però” che significava due cose: la promessa da enunciare nel contratto di acquisto che non ci avrei costruito mai niente, e soldi, tanti soldi, il doppio esatto di quello che avevo offerto. «Se lei lo vuole un motivo ci sarà, e siccome il terreno è nostro mentre il motivo è suo, questa differenza la pagherà». Il biondo portavoce dall’odiosa divisa nel mezzo, conosceva il suo lavoro. Non sapevano che la clausola che vietava di costruire mi riempiva di gioia, il problema maggiore era la richiesta dei soldi: li avevo ma la ristrutturazione della casa avrebbe probabilmente subito uno stop.

Accettai, senza trattare.

Non era prevista questa conclusione. Confusi l’equilibrio ragionato del ragioniere che prese in fretta tutte le carte dandomi appuntamento per il Martedì successivo. Avremmo firmato il contratto in quella data. «Se alla Signora intestataria del terreno - puntualizzò il rappresentante della famiglia Guaronchi - sembrerà tutto a posto».

Quel Martedì mi chiesero di arrotondare la mia offerta, ancora uno sforzo verso la cifra intera superiore. «Se proprio lo vuole non sarà certo un problema…». Non capivano il perché ero interessato a quel bosco, temevano ci fosse sotto qualcosa e non riuscire a quantificarne il prezzo li faceva stare male.

Quando entrò La Signora, così la chiamavano tutti, c’erano da sbrigare solo le formalità. Rimase solo pochi istanti con noi, il tempo per la lettura del contratto e per le firme. La guardai, mi dispiaceva per quel viso così infelicemente sorridente, preoccupata esclusivamente dell’aspetto economico e dal possibile danno di immagine che poteva derivargli da una vendita sbagliata.

Firmai. Il bosco era mio.

Strinsi la mano alla Signora Anna Guaronchi, nome appena decifrabile dal contratto nelle mie mani.

- Se vorrà potrà controllare gli alberi lei stessa, il bosco sarà sempre aperto. Non si preoccupi è in buone mani - le dissi sorridente.

Per un attimo i suoi occhi incrociarono i miei. Mi fulminò. Se ne andò lasciandomi con il ragioniere, il notaio e la segretaria a terminare le pratiche burocratiche, pagamento compreso. Sembrava triste, forse vendere il bosco aveva risvegliato qualcosa che come spesso succede diventa importante nel momento in cui scompare, oppure l’infelicità che sembrava accompagnarla poteva essere dovuta al fatto che possedeva senza sentire. La sua ricchezza era povera dentro.

- Arrivederci Signora Anna, a presto! - salutarono da una porta laterale.

Evidentemente si era trattenuta a sbrigare qualche altra faccenda. La signora infilò il corridoio mentre uscivo.

- Ci incrociamo di nuovo - dissi.

- Evidentemente… - rispose lei.

- Allora l’aspetto - dissi uscendo dallo studio. - Per il bosco, intendo…

- Come si possa pagare tutti questi soldi per degli alberi, proprio non lo capisco… Comunque meglio così – disse la Signora Anna camminandomi accanto senza degnarmi di uno sguardo.

- Come possa costare così poco un pezzo di terra con sopra un bosco, proprio non capisco. Beh meglio così - risposi io sorridendo. - Comunque l’aspetto, decida lei.

Ero riuscito ad avere l’ultima parola, in paese dicevano che con lei era quasi impossibile.


tredici


Le giornate iniziavano ad allungarsi, la luce restava sul foglio più a lungo e la mano poteva delineare i contorni del disegno con più continuità, una linea tremolante ed appena tracciata attraversava in orizzontale lo spazio bianco, immaginando una prospettiva poteva essere l'orizzonte. Sopra e subito sotto, niente. Nella zona centrale, in basso, era abbozzata una casa di campagna, due linee curve appena definite e quasi parallele entravano dal bordo inferiore del foglio per terminare vicino alla casa, sulla sinistra a fatica si riconosceva uno scivolo ed una altalena, un tocco delicato le aveva appena definite.


quattordici


Il mattino dopo e molti dei successivi, iniziai la giornata passeggiando nel bosco. Insetti, funghi, germogli, ogni giorno scoprivo nuovi abitanti. Era una sensazione piacevole, non di possesso ma di protezione, nessuno avrebbe potuto cambiare quel luogo senza il mio permesso. Questa era la felicità che sentivo, mettevo radici in quella terra. Una sera scesi in paese per cercare i muratori, volevo fare pulizia nel campo davanti, quella roba ammucchiata aveva atteso già troppo a lungo. Li trovai al circolo, parlammo un po’, poi mi chiesero del bosco ma sapevano già tutto.

- Adesso ho il mio bosco di castagni e faggi. Non immaginavo che una simile ricchezza dello sguardo costasse così poco. Lo volevo e sono riuscito a comperarlo - dissi.

- A quel prezzo? - rispose uno.

- A quel prezzo avrebbe comperato altro che quel bosco - aggiunse un altro.

- Qui al circolo, quando lo hanno saputo, non la smettevano più di ridere - riprese il primo. - Sei stato preso un po’ in giro: «Il cittadino ha pagato il doppio per il bosco dei Guaronchi e meno male che ci aveva chiesto il valore…» - dicevano.

- Credetemi, non mi sono pentito un solo istante di quella spesa, quelli erano i miei due ettari di bosco ed ai miei occhi non avevano nessun prezzo di mercato.

Due giorni dopo i muratori portarono via tutto, volevo pagare subito ma non vollero. «Offre le casa» - dissero. Le rondini erano tornate già da alcune settimane ed io non avevo ancora ripreso la ristrutturazione, non volevo obblighi nei loro confronti ed ero convinto che fossero cortesi solo per ricominciare i lavori. Li invitai comunque a fermarsi cinque minuti.

- Beviamo qualcosa insieme? - chiesi.

- Ci fermiamo un attimo solo, siamo veramente messi male, hanno tutti fretta di fare ristrutturazioni orrende che rovinano tutto - risposero.

Rimpiangevano il periodo in cui avevano lavorato per me. Chiesi, tanto per cortesia, quando sarebbero potuti tornare. - Certo non prima di un mese e mezzo, due! - risposero. Ero contento, per quel periodo contavo di aver deciso.

- Ci risentiamo allora - dissi.

- Va bene, ma se ci capitano altri lavori cosa dobbiamo fare, li prendiamo? Sai non è che...

- Certo, certo, lo capisco - dissi. - Quando saprò cosa voglio vi chiamerò subito, faremo un preventivo e decideremo l’inizio.

Ci salutammo.

Guardavo la casa del nonno. Era cambiata.

Mi affacciai al Saltone. Il sole faceva brillare il mare, il più luccicante dei diamanti mi incantò, portandomi tra i ricordi.

«Salta. Dai salta!». Fermo, tre passi dietro al ciglio della scogliera, guardo sullo sfondo il luccichio del mare.

«Salta dai...» - dice uno. «Occhi chiusi mi raccomando» - dice un altro.

Fermo, immobile... Guardo.

«Hai dieci anni, o salti o non...» - la voce sembra sempre più offuscata. Chiudo gli occhi. «…o salti o non sei dei nostri» - qualcuno dice.

Mi muovo. «Uno, due... - conto mentalmente - tre!». Vuoto. Libero. Paura. Attesa.

Tocco terra. Non sostengo il corpo che si piega in avanti rotolando, una mezza capriola e finalmente mi fermo. Apro gli occhi, mi trovo sì e no a due bracciate dal vuoto, bracciate che in aria non saranno utili come in acqua. Alzo la testa. Le facce dei ragazzi spuntano dalla cima della scogliera, sorridenti e divertite. «Ci sei?» - dice uno. «Intero?» - dice un altro. Sono dei loro. Il volo per arrivare al Saltone sembrava interminabile ma è stato un istante, risalire lungo e difficile. Una volta in cima mi spolvero un po' e saluto tutti. Far parte del gruppo non mi interessa più. «Ogni volta che la gente è d’accordo con me provo la sensazione di avere torto» - diceva il nonno. Torno da lui.

«Ti avevo chiesto di non farlo!» - è furioso. «Non era pericoloso, lo fanno tutti e ...» - balbetto ad occhi bassi. «Non volevo e lo sapevi. Se vuoi restare con me devi ubbidire. Sempre!» - il fuoco gli si alimentava dentro. - Non devi ubbidirmi solo quando senti le urla» - spalanca gli occhi da farmi paura. «Lo fanno tutti e...» - cerco di rispondere. «Questo è un motivo ancora più stupido. Sei in punizione! Non uscire e non andare a nasconderti nel tino, altrimenti lo faccio in mille pezzi». Per dirmi così, deve essere veramente arrabbiato; l’ho deluso, eppure sa quanto ci tenevo. «So quanto ci tieni! Ma non è un motivo sufficiente per disubbidire. Adesso vai!». Ho sbagliato, mi volto dirigendomi verso camera mia con le lacrime agli occhi. «Mirco. Vieni qua!» Mi volto di nuovo e lentamente sollevo lo sguardo. Il nonno è tornato normale, le braccia aperte mi chiamano a se. «Hai fatto bene a dirmelo - dice stringendomi. - Ricordati però che seguendo gli altri arriverai sempre secondo. Adesso vai, vai in camera tua, dai». Un bacio nella guancia e corro via.

Guardavo il luccicare del mare.

Un gabbiano in volo radente sulla scogliera salì a trovarmi, il suo stridente saluto mi riportò alla realtà.

Era stato quello l'ultimo bacio dato al nonno? L'ultimo vero, spontaneo? Forse Sì. Crescendo si perde l'abitudine a fare i gesti che sentiamo, la vergogna ci frena e non ci accorgiamo più di cambiare. E' sbagliato, sarà umano ma è tremendamente sbagliato e spesso lo scopriamo solo in ritardo.

Troppo in ritardo.



quindici


Un mattino il suono di un clacson mi sorprese nell'orto. Girai curioso intorno alla casa. «Nooo...!» - già sorridevo. In piedi, vicino al cancellino d'ingresso c'erano Lorenzo e Alessio, i miei amici più importanti.

- Scusi, si può visitare questo castello? – disse Lorenzo.

- Siete venuti davvero?

- Perché, ci avevi invitati senza volerci? – aggiunse Alessio.

- Che centra, è che tanti avevano promesso di venire, ma poi...

- Non sei proprio dietro l'angolo - rispose Lorenzo.

- E' vero, però intanto voi siete qui e gli altri…

- Vuoi rimpiangere tutto il giorno gli altri o accontentarti di noi? – mi interruppe Alessio. - Io ho preso una giornata di ferie per raggiungerti, cosa credi.

- E io allora – disse Lorenzo. Va bene che oggi facciamo chiusura e i bambini sono a scuola, ma le cose da fare sono sempre tante, mi sono preso un giorno per me e tu…

- O per me? – dissi mentre li abbracciavo baciandoli.

- Ma che schifo! - disse Lorenzo spingendomi via. - Non sarai mica diventato gay a startene qua?

Alessio dietro di lui, mi guardava sorridente.

Tra spinte e pacche sulle spalle ci avviammo verso la casa.

- Venite, vi faccio vedere tutto.

- Proprio tutto? - disse Alessio divertito.

Girammo la casa, le stanze già in ordine e quelle da rimettere.

- Cosa ci farai? - chiesero.

- Non lo so ancora, ci sto pensando - risposi. - Vedremo.

- Mi piace questo posto - disse Lorenzo.

- Sembra un nascondiglio dal mondo - aggiunse Alessio.

- Ti sembra? - chiesi.

- Non è ancora finito. Dipenderà da te - rispose.

Finito il giro illustrativo tornammo in cucina.

- Venite, vi faccio assaggiare questo vinello - dissi.

- E' tuo? Ho visto una bella vigna qua intorno.

- Adesso Sì! L’ho comperato giù in paese!

- No, volevo dire… - Alessio sorrise - beh lasciamo perdere.

- Almeno qua hai ritrovato le battute - disse Lorenzo. - Ti trovi bene? - chiesero.

- Secondo voi?

- Sì! - disse Alessio incrociando il mio sguardo.

- E' così - risposi.

- Ci stai da solo? - chiese Lorenzo.

- Per adesso, poi non so, vedremo…

Non eravamo abituati ai discorsi seri, tra noi mantenevamo spesso argomenti e toni infantili, erano l’antidoto al tempo che passava.

- Era qua che avevi conosciuto quella ragazzina o mi sbaglio? - disse Lorenzo, specialista nei repentini cambi di discorso per riportare l’allegria.

- Chi? - chiesi.

- Si chiamava Anna vero Alessio - disse Lorenzo.

- E’ vero! Infatti in chiesa cantavamo "OssAnna, OssAnna, nell'alto della scogliera". Ricordi, ci avevi detto che era secca - disse Alessio.

- No prego! Avevo detto che era magra - dissi.

- Anche di te dicevi che eri magro! - ridevano.

- Cavolo, quando tornavi in città ci facevi due palle: le stelle, la luna, cosa farà, mi penserà e via e via – disse Lorenzo.

- Tra i racconti del nonno e quelli della bambina non ti si reggeva più! - aggiunse Alessio.

- Avevo dimenticato - dissi. - Chissà cosa farà?

- Non ricominciare ora. Non ho fatto quasi duecento chilometri per queste smancerie. Non le ho mai sopportate, lo sai - disse Lorenzo.

Era vero, discorsi smielati o romantici non né aveva mai fatti.

- Il fuori lo vediamo o siamo venuti in campagna per restare al chiuso? - dissero.

- Lo vediamo, lo vediamo - indicai la porta.

L'orto, il campo dietro, il bosco.

- Questo l'ho comprato un paio di settimane fa, pensa che il proprietario non sapeva nemmeno di possederlo.

- Hai comprato un bosco? – mi domandò Alessio. – E cosa ne farai?

- Niente. Resterà così, come l'ho sempre visto.

- Ma! Contento tu... – disse Lorenzo.

- Hanno un amministratore che gli gestisce tutto, certa gente non sa nemmeno quanto possiede e noi invece siamo sempre a...

- E dai Mirco con questi discorsi a comunistaccio – sorridevano. - Anche te non puoi certo lamentarti, hai lasciato il lavoro e qui mi sembri sistemato bene - dissero.

Avevano ragione.

Lorenzo si era allontanato verso la scogliera. Osservava. Non lo avevo mai visto incantato da un paesaggio.

Io e Alessio restammo a guardarlo in silenzio, i romantici stucchevoli eravamo noi; per un po’ rispettammo i ruoli poi lentamente ci avvicinammo.

- Quello è il Saltone! – dissi. Indicando il tratto piano subito sotto l’inizio della scogliera.

- Là? - chiese Alessio.

- Sì. Ricordate i miei racconti?

- Come no! – disse Lorenzo.

- Ad ogni tuo rientro in città – aggiunse – ci facevi due… Lasciamo stare, rischieremmo soltanto di ripeterci.

- Ti butto dal Saltone! - lo spingevo.

- Ma dai... - E poi sotto c'è il mare e tra noi in acqua...

Era vero, tra noi tre in acqua...

- Ho freddo! E' troppo alta! E' mosso! Non mi tuffo! Poi quando uscivi, eri pieno di bolle rosse - mi disse Alessio. - Ti ricordi Lorenzo quando Mirco...

- Sì, sì, va bene. Guarda che ne è passato del tempo.

- E non ti vengono più le bolle? - domandò sorridente Lorenzo.

- A volte, ma...

- Vedi non è cambiato niente!

Ridevamo.

- E' cambiato che ci vediamo meno - dissi ammazzando improvvisamente il ritmo.

- Rispetto a quando eravamo ragazzi Sì, è vero. Ci vedevamo ogni giorno ma era impossibile continuare a quel modo, avremmo dovuto sposarci - disse Lorenzo - ed essere sposato con te sinceramente mi farebbe un po’ schifo.

- Vai a quel... - non potevo tentare un discorso serio che subito mi sfuggiva. Gli volevo bene probabilmente proprio per i suoi non discorsi, i fatti erano i suoi migliori esempi.

Potevo contare su di loro, ne ero convinto.

- Contate pure su di me! – dissi all’improvviso.

- Grazie, ma che c'entra? – rispose Alessio.

- Guarda che peggiori a stare quassù… - disse Lorenzo.

- Niente, niente… Pensavo.

Pranzammo all'aperto. Verso sera ripartirono.

- Non mi va di viaggiare con il buio e poi a casa mi aspettano – disse Lorenzo.

- Hai ragione, e nemmeno puoi far guidare Alessio: tra il vino ed i suoi occhi di lince… - risposi io.

- Spiritoso – disse Alessio. Facciamo così: vieni tu la prossima volta.

- Promesso - dissi. - Grazie per la visita!

- Ci contiamo allora - risposero, poi Lorenzo mise in moto, sorrisero e si allontanarono.


 Stampa   

Copyright (c) 2000-2006