undici
Valeria
metteva in ordine le sue bambole, dividere la stanza con Maria non
gli piaceva, secondo lei era disordinata e poi si addormentava sempre
a luce accesa, ma era l’unica altra bambina che frequentava la casa
e per quei tre giorni l’avrebbe sopportata. Era incredibile come
Valeria ricordasse i nomi di tutti quei bambolotti che sistemava
regolarmente ogni volta nella solita posizione.
Maria
entrò nella stanza, l’accompagnatore l’aiutò a
sistemare le proprie cose sotto lo sguardo sfuggente di Valeria.
Alcuni
bambini, in particolare nel periodo estivo, passavano i fine
settimana nella struttura, raggiungendo quelli che invece vi
trascorrevano periodi più lunghi Un servizio diurno ed uno
ambulatoriale per i trattamenti comportamentali familiari
completavano le attività del centro rivolti ai bambini dai
quattro ai dodici anni.
Maria
sistemò sul tavolo i contenitori di matite, lapis e
pennarelli, poi tolse alcuni giornalini per fare posto ai suoi
quaderni. Valeria la guardava. «Continua ad essere disordinata»
- pensò, sedette ai piedi del letto ed iniziò a far
ruotare ripetutamente uno dei lacci delle scarpe.
-
Qualcosa non va? - chiese l’educatore.
Valeria
restò immobile, lo sguardo era fisso sulla rotazione del
laccio. Chiamò le bambine a sedersi al tavolo; Maria
continuava a muovere le mani in modo ripetitivo, come se le stesse
lavando, Valeria si era seduta per prima ma non aveva ancora alzato
lo sguardo. «Almeno di notte starà ferma con quelle
mani» - pensò.
-
Per alcuni giorni dividerete nuovamente questa stanza e come al
solito avrete delle cose personali, come il letto e l’armadio, ed
altre in comune, come questo tavolo - disse l’educatore.
Quella
era la base di partenza da cui settimanalmente si cercava di rompere
l’isolamento di ognuna.
Valeria,
dopo alcuni minuti, incoraggiata da quelle parole, risistemò i
giornalini al loro posto, proprio accanto alla fila dei contenitori
di Maria. La metà del tavolo che Valeria aveva tracciato con
una sua linea immaginaria, sembrava soddisfare anche Maria che
sistemò i suoi quaderni nello spazio a lei destinato.
Forse
nessun muro o “no flight zone” tipici nel mondo adulto sarebbero
stati necessari per mettere d’accordo quelle due bambine speciali.
dodici
Al
circolo del paese chiesi chi possedeva il bosco dietro casa mia.
All’inizio facevano finta di non capire, sembrava neanche sapessero
di cosa stavo parlando ma era ben chiaro a tutti chi ero e qual’era
la casa. Dovetti insistere un po’, poi finalmente il proprietario
del bar mi appuntò su di un foglietto l’indirizzo di uno
studio commerciale.
Presi
informazioni e prezzi sui terreni boschivi della zona, poi feci
un’offerta.
Una
settimana dopo ricevetti una lettera dallo studio commerciale. A
portarla fu il solito postino, che ogni volta più scontroso,
mi diceva che il motorino non gli andava più come prima, che
erano le buche ad averglielo rovinato così. Accettò un
bicchiere di vino come piccolo risarcimento per le scomodità
che gli procuravo, lo feci accomodare. Mi disse che in paese era
arrivata voce che volevo comperare il bosco dei Guaronchi, che molti
mi prendevano in giro e che la famiglia proprietaria quando aveva
saputo dell’offerta si era messa a ridere: non sapevano nemmeno di
possederlo e per quanto li riguardava avrebbero potuto venderlo,
regalarlo o bruciarlo, quel pezzo di bosco. Mi disse anche che la
cassetta della posta gli piaceva, che era originale e che fino ad
allora le aveva viste solo nei film americani e che anche io ero un
po’ particolare ma che cominciavo a piacergli. «Il vino ha
sempre aperto molte porte» - pensai. Mi salutò. Guardavo
il motorino allontanarsi: sbandava per le buche o per il vino?
Chissà.
Ero
convocato due giorni dopo allo studio commerciale.
Un
ragioniere mi parlò della famiglia che rappresentava, che
certo non aveva bisogno dei soldi di quel terreno per vivere e che
non erano interessati a venderlo, elencando una lunghissima lista di
motivi che avrebbe sfinito chiunque e che solo grazie ad alcuni
quadri ed a qualche strano soprammobile che attirarono la mia
attenzione, riuscii ad ascoltare fino in fondo. Annoiato cercai di
congedarmi, a quel punto venne fuori un «Però…»
pronunciato con enfasi dal ragioniere. Un “Però” che
significava due cose: la promessa da enunciare nel contratto di
acquisto che non ci avrei costruito mai niente, e soldi, tanti soldi,
il doppio esatto di quello che avevo offerto. «Se lei lo vuole
un motivo ci sarà, e siccome il terreno è nostro mentre
il motivo è suo, questa differenza la pagherà».
Il biondo portavoce dall’odiosa divisa nel mezzo, conosceva il suo
lavoro. Non sapevano che la clausola che vietava di costruire mi
riempiva di gioia, il problema maggiore era la richiesta dei soldi:
li avevo ma la ristrutturazione della casa avrebbe probabilmente
subito uno stop.
Accettai,
senza trattare.
Non
era prevista questa conclusione. Confusi l’equilibrio ragionato del
ragioniere che prese in fretta tutte le carte dandomi appuntamento
per il Martedì successivo. Avremmo firmato il contratto in
quella data. «Se alla Signora intestataria del terreno -
puntualizzò il rappresentante della famiglia Guaronchi -
sembrerà tutto a posto».
Quel
Martedì mi chiesero di arrotondare la mia offerta, ancora uno
sforzo verso la cifra intera superiore. «Se proprio lo vuole
non sarà certo un problema…». Non capivano il perché
ero interessato a quel bosco, temevano ci fosse sotto qualcosa e non
riuscire a quantificarne il prezzo li faceva stare male.
Quando
entrò La Signora, così la chiamavano tutti, c’erano
da sbrigare solo le formalità. Rimase solo pochi istanti con
noi, il tempo per la lettura del contratto e per le firme. La
guardai, mi dispiaceva per quel viso così infelicemente
sorridente, preoccupata esclusivamente dell’aspetto economico e dal
possibile danno di immagine che poteva derivargli da una vendita
sbagliata.
Firmai.
Il bosco era mio.
Strinsi
la mano alla Signora Anna Guaronchi, nome appena decifrabile dal
contratto nelle mie mani.
-
Se vorrà potrà controllare gli alberi lei stessa, il
bosco sarà sempre aperto. Non si preoccupi è in buone
mani - le dissi sorridente.
Per
un attimo i suoi occhi incrociarono i miei. Mi fulminò. Se ne
andò lasciandomi con il ragioniere, il notaio e la segretaria
a terminare le pratiche burocratiche, pagamento compreso. Sembrava
triste, forse vendere il bosco aveva risvegliato qualcosa che come
spesso succede diventa importante nel momento in cui scompare, oppure
l’infelicità che sembrava accompagnarla poteva essere dovuta
al fatto che possedeva senza sentire. La sua ricchezza era povera
dentro.
-
Arrivederci Signora Anna, a presto! - salutarono da una porta
laterale.
Evidentemente
si era trattenuta a sbrigare qualche altra faccenda. La signora
infilò il corridoio mentre uscivo.
-
Ci incrociamo di nuovo - dissi.
-
Evidentemente… - rispose lei.
-
Allora l’aspetto - dissi uscendo dallo studio. - Per il bosco,
intendo…
-
Come si possa pagare tutti questi soldi per degli alberi, proprio non
lo capisco… Comunque meglio così – disse la Signora Anna
camminandomi accanto senza degnarmi di uno sguardo.
-
Come possa costare così poco un pezzo di terra con sopra un
bosco, proprio non capisco. Beh meglio così - risposi io
sorridendo. - Comunque l’aspetto, decida lei.
Ero
riuscito ad avere l’ultima parola, in paese dicevano che con lei
era quasi impossibile.
tredici
Le
giornate iniziavano ad allungarsi, la luce restava sul foglio più
a lungo e la mano poteva delineare i contorni del disegno con più
continuità, una linea tremolante ed appena tracciata
attraversava in orizzontale lo spazio bianco, immaginando una
prospettiva poteva essere l'orizzonte. Sopra e subito sotto, niente.
Nella zona centrale, in basso, era abbozzata una casa di campagna,
due linee curve appena definite e quasi parallele entravano dal bordo
inferiore del foglio per terminare vicino alla casa, sulla sinistra a
fatica si riconosceva uno scivolo ed una altalena, un tocco delicato
le aveva appena definite.
quattordici
Il
mattino dopo e molti dei successivi, iniziai la giornata passeggiando
nel bosco. Insetti, funghi, germogli, ogni giorno scoprivo nuovi
abitanti. Era una sensazione piacevole, non di possesso ma di
protezione, nessuno avrebbe potuto cambiare quel luogo senza il mio
permesso. Questa era la felicità che sentivo, mettevo radici
in quella terra. Una sera scesi in paese per cercare i muratori,
volevo fare pulizia nel campo davanti, quella roba ammucchiata aveva
atteso già troppo a lungo. Li trovai al circolo, parlammo un
po’, poi mi chiesero del bosco ma sapevano già tutto.
-
Adesso ho il mio bosco di castagni e faggi. Non immaginavo che una
simile ricchezza dello sguardo costasse così poco. Lo volevo e
sono riuscito a comperarlo - dissi.
-
A quel prezzo? - rispose uno.
-
A quel prezzo avrebbe comperato altro che quel bosco - aggiunse un
altro.
-
Qui al circolo, quando lo hanno saputo, non la smettevano più
di ridere - riprese il primo. - Sei stato preso un po’ in giro: «Il
cittadino ha pagato il doppio per il bosco dei Guaronchi e meno male
che ci aveva chiesto il valore…» - dicevano.
-
Credetemi, non mi sono pentito un solo istante di quella spesa,
quelli erano i miei due ettari di bosco ed ai miei occhi non avevano
nessun prezzo di mercato.
Due
giorni dopo i muratori portarono via tutto, volevo pagare subito ma
non vollero. «Offre le casa» - dissero. Le rondini erano
tornate già da alcune settimane ed io non avevo ancora ripreso
la ristrutturazione, non volevo obblighi nei loro confronti ed ero
convinto che fossero cortesi solo per ricominciare i lavori. Li
invitai comunque a fermarsi cinque minuti.
-
Beviamo qualcosa insieme? - chiesi.
-
Ci fermiamo un attimo solo, siamo veramente messi male, hanno tutti
fretta di fare ristrutturazioni orrende che rovinano tutto -
risposero.
Rimpiangevano
il periodo in cui avevano lavorato per me. Chiesi, tanto per
cortesia, quando sarebbero potuti tornare. - Certo non prima di un
mese e mezzo, due! - risposero. Ero contento, per quel periodo
contavo di aver deciso.
-
Ci risentiamo allora - dissi.
-
Va bene, ma se ci capitano altri lavori cosa dobbiamo fare, li
prendiamo? Sai non è che...
-
Certo, certo, lo capisco - dissi. - Quando saprò cosa voglio
vi chiamerò subito, faremo un preventivo e decideremo
l’inizio.
Ci
salutammo.
Guardavo
la casa del nonno. Era cambiata.
Mi
affacciai al Saltone. Il sole faceva brillare il mare, il più
luccicante dei diamanti mi incantò, portandomi tra i ricordi.
«Salta.
Dai salta!». Fermo, tre passi dietro al ciglio della scogliera,
guardo sullo sfondo il luccichio del mare.
«Salta
dai...» - dice uno. «Occhi chiusi mi raccomando» -
dice un altro.
Fermo,
immobile... Guardo.
«Hai
dieci anni, o salti o non...» - la voce sembra sempre più
offuscata. Chiudo gli occhi. «…o salti o non sei dei nostri»
- qualcuno dice.
Mi
muovo. «Uno, due... - conto mentalmente - tre!». Vuoto.
Libero. Paura. Attesa.
Tocco
terra. Non sostengo il corpo che si piega in avanti rotolando, una
mezza capriola e finalmente mi fermo. Apro gli occhi, mi trovo sì
e no a due bracciate dal vuoto, bracciate che in aria non saranno
utili come in acqua. Alzo la testa. Le facce dei ragazzi spuntano
dalla cima della scogliera, sorridenti e divertite. «Ci sei?»
- dice uno. «Intero?» - dice un altro. Sono dei loro. Il
volo per arrivare al Saltone sembrava interminabile ma è stato
un istante, risalire lungo e difficile. Una volta in cima mi spolvero
un po' e saluto tutti. Far parte del gruppo non mi interessa più.
«Ogni volta che la gente è d’accordo con me provo la
sensazione di avere torto» - diceva il nonno. Torno da lui.
«Ti
avevo chiesto di non farlo!» - è furioso. «Non era
pericoloso, lo fanno tutti e ...» - balbetto ad occhi bassi.
«Non volevo e lo sapevi. Se vuoi restare con me devi ubbidire.
Sempre!» - il fuoco gli si alimentava dentro. - Non devi
ubbidirmi solo quando senti le urla» - spalanca gli occhi da
farmi paura. «Lo fanno tutti e...» - cerco di rispondere.
«Questo è un motivo ancora più stupido. Sei in
punizione! Non uscire e non andare a nasconderti nel tino, altrimenti
lo faccio in mille pezzi». Per dirmi così, deve essere
veramente arrabbiato; l’ho deluso, eppure sa quanto ci tenevo. «So
quanto ci tieni! Ma non è un motivo sufficiente per
disubbidire. Adesso vai!». Ho sbagliato, mi volto dirigendomi
verso camera mia con le lacrime agli occhi. «Mirco. Vieni qua!»
Mi volto di nuovo e lentamente sollevo lo sguardo. Il nonno è
tornato normale, le braccia aperte mi chiamano a se. «Hai fatto
bene a dirmelo - dice stringendomi. - Ricordati però che
seguendo gli altri arriverai sempre secondo. Adesso vai, vai in
camera tua, dai». Un bacio nella guancia e corro via.
Guardavo
il luccicare del mare.
Un
gabbiano in volo radente sulla scogliera salì a trovarmi, il
suo stridente saluto mi riportò alla realtà.
Era
stato quello l'ultimo bacio dato al nonno? L'ultimo vero, spontaneo?
Forse Sì. Crescendo si perde l'abitudine a fare i gesti che
sentiamo, la vergogna ci frena e non ci accorgiamo più di
cambiare. E' sbagliato, sarà umano ma è tremendamente
sbagliato e spesso lo scopriamo solo in ritardo.
Troppo
in ritardo.
quindici
Un
mattino il suono di un clacson mi sorprese nell'orto. Girai curioso
intorno alla casa. «Nooo...!» - già sorridevo. In
piedi, vicino al cancellino d'ingresso c'erano Lorenzo e Alessio, i
miei amici più importanti.
-
Scusi, si può visitare questo castello? – disse Lorenzo.
-
Siete venuti davvero?
-
Perché, ci avevi invitati senza volerci? – aggiunse Alessio.
-
Che centra, è che tanti avevano promesso di venire, ma poi...
-
Non sei proprio dietro l'angolo - rispose Lorenzo.
-
E' vero, però intanto voi siete qui e gli altri…
-
Vuoi rimpiangere tutto il giorno gli altri o accontentarti di noi? –
mi interruppe Alessio. - Io ho preso una giornata di ferie per
raggiungerti, cosa credi.
-
E io allora – disse Lorenzo. Va bene che oggi facciamo chiusura e i
bambini sono a scuola, ma le cose da fare sono sempre tante, mi sono
preso un giorno per me e tu…
-
O per me? – dissi mentre li abbracciavo baciandoli.
-
Ma che schifo! - disse Lorenzo spingendomi via. - Non sarai mica
diventato gay a startene qua?
Alessio
dietro di lui, mi guardava sorridente.
Tra
spinte e pacche sulle spalle ci avviammo verso la casa.
-
Venite, vi faccio vedere tutto.
-
Proprio tutto? - disse Alessio divertito.
Girammo
la casa, le stanze già in ordine e quelle da rimettere.
-
Cosa ci farai? - chiesero.
-
Non lo so ancora, ci sto pensando - risposi. - Vedremo.
-
Mi piace questo posto - disse Lorenzo.
-
Sembra un nascondiglio dal mondo - aggiunse Alessio.
-
Ti sembra? - chiesi.
-
Non è ancora finito. Dipenderà da te - rispose.
Finito
il giro illustrativo tornammo in cucina.
-
Venite, vi faccio assaggiare questo vinello - dissi.
-
E' tuo? Ho visto una bella vigna qua intorno.
-
Adesso Sì! L’ho comperato giù in paese!
-
No, volevo dire… - Alessio sorrise - beh lasciamo perdere.
-
Almeno qua hai ritrovato le battute - disse Lorenzo. - Ti trovi bene?
- chiesero.
-
Secondo voi?
-
Sì! - disse Alessio incrociando il mio sguardo.
-
E' così - risposi.
-
Ci stai da solo? - chiese Lorenzo.
-
Per adesso, poi non so, vedremo…
Non
eravamo abituati ai discorsi seri, tra noi mantenevamo spesso
argomenti e toni infantili, erano l’antidoto al tempo che passava.
-
Era qua che avevi conosciuto quella ragazzina o mi sbaglio? - disse
Lorenzo, specialista nei repentini cambi di discorso per riportare
l’allegria.
-
Chi? - chiesi.
-
Si chiamava Anna vero Alessio - disse Lorenzo.
-
E’ vero! Infatti in chiesa cantavamo "OssAnna, OssAnna,
nell'alto della scogliera". Ricordi, ci avevi detto che era
secca - disse Alessio.
-
No prego! Avevo detto che era magra - dissi.
-
Anche di te dicevi che eri magro! - ridevano.
-
Cavolo, quando tornavi in città ci facevi due palle: le
stelle, la luna, cosa farà, mi penserà e via e via –
disse Lorenzo.
-
Tra i racconti del nonno e quelli della bambina non ti si reggeva
più! - aggiunse Alessio.
-
Avevo dimenticato - dissi. - Chissà cosa farà?
-
Non ricominciare ora. Non ho fatto quasi duecento chilometri per
queste smancerie. Non le ho mai sopportate, lo sai - disse Lorenzo.
Era
vero, discorsi smielati o romantici non né aveva mai fatti.
-
Il fuori lo vediamo o siamo venuti in campagna per restare al chiuso?
- dissero.
-
Lo vediamo, lo vediamo - indicai la porta.
L'orto,
il campo dietro, il bosco.
-
Questo l'ho comprato un paio di settimane fa, pensa che il
proprietario non sapeva nemmeno di possederlo.
-
Hai comprato un bosco? – mi domandò Alessio. – E cosa ne
farai?
-
Niente. Resterà così, come l'ho sempre visto.
-
Ma! Contento tu... – disse Lorenzo.
-
Hanno un amministratore che gli gestisce tutto, certa gente non sa
nemmeno quanto possiede e noi invece siamo sempre a...
-
E dai Mirco con questi discorsi a comunistaccio – sorridevano. -
Anche te non puoi certo lamentarti, hai lasciato il lavoro e qui mi
sembri sistemato bene - dissero.
Avevano
ragione.
Lorenzo
si era allontanato verso la scogliera. Osservava. Non lo avevo mai
visto incantato da un paesaggio.
Io
e Alessio restammo a guardarlo in silenzio, i romantici stucchevoli
eravamo noi; per un po’ rispettammo i ruoli poi lentamente ci
avvicinammo.
-
Quello è il Saltone! – dissi. Indicando il tratto piano
subito sotto l’inizio della scogliera.
-
Là? - chiese Alessio.
-
Sì. Ricordate i miei racconti?
-
Come no! – disse Lorenzo.
-
Ad ogni tuo rientro in città – aggiunse – ci facevi due…
Lasciamo stare, rischieremmo soltanto di ripeterci.
-
Ti butto dal Saltone! - lo spingevo.
-
Ma dai... - E poi sotto c'è il mare e tra noi in acqua...
Era
vero, tra noi tre in acqua...
-
Ho freddo! E' troppo alta! E' mosso! Non mi tuffo! Poi quando uscivi,
eri pieno di bolle rosse - mi disse Alessio. - Ti ricordi Lorenzo
quando Mirco...
-
Sì, sì, va bene. Guarda che ne è passato del
tempo.
-
E non ti vengono più le bolle? - domandò sorridente
Lorenzo.
-
A volte, ma...
-
Vedi non è cambiato niente!
Ridevamo.
-
E' cambiato che ci vediamo meno - dissi ammazzando improvvisamente il
ritmo.
-
Rispetto a quando eravamo ragazzi Sì, è vero. Ci
vedevamo ogni giorno ma era impossibile continuare a quel modo,
avremmo dovuto sposarci - disse Lorenzo - ed essere sposato con te
sinceramente mi farebbe un po’ schifo.
-
Vai a quel... - non potevo tentare un discorso serio che subito mi
sfuggiva. Gli volevo bene probabilmente proprio per i suoi non
discorsi, i fatti erano i suoi migliori esempi.
Potevo
contare su di loro, ne ero convinto.
-
Contate pure su di me! – dissi all’improvviso.
-
Grazie, ma che c'entra? – rispose Alessio.
-
Guarda che peggiori a stare quassù… - disse Lorenzo.
-
Niente, niente… Pensavo.
Pranzammo
all'aperto. Verso sera ripartirono.
-
Non mi va di viaggiare con il buio e poi a casa mi aspettano –
disse Lorenzo.
-
Hai ragione, e nemmeno puoi far guidare Alessio: tra il vino ed i
suoi occhi di lince… - risposi io.
-
Spiritoso – disse Alessio. Facciamo così: vieni tu la
prossima volta.
-
Promesso - dissi. - Grazie per la visita!
-
Ci contiamo allora - risposero, poi Lorenzo mise in moto, sorrisero e
si allontanarono.