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LA ZUPPA BASTARDA

(Premio "La Ricetta Raccontata" 2003 Unicoop Firenze)

Un drappello di uomini procedeva lungo il torrente. A sinistra la collina di Fiesole, sulla quale si ergeva il Monastero di S. Francesco, meta di numerosi pellegrinaggi; a destra il Monte Rinaldi con i suoi costoni di roccia. Un’ultima curva del Torrente Mugnone e sarebbero stati in vista del Ponte alla Badia, un bel ponte a schiena d’asino, ben fatto, e nelle vicinanze un Mulino dove finalmente fare una sosta mangiando del buon pane appena cotto e bevendo acqua fresca. Il ponte dell’Asino, come il contado lo aveva ribattezzato, era l’accesso con cui mercanti e viandanti raggiungevano la zona delle Cure, ed il suo fiorente Mercato, arrivando dal Mugello lungo la via Faentina in direzione di Firenze. Il dazio imposto per attraversare il ponte sia in entrata che in uscita, arricchiva il Conte che governava la zona delle Cure, e toglieva cibo alle famiglie contadine della zona del Lapo. Lì, dove oltre al lavoro nei campi si producevano vestiti di bassa qualità a poco prezzo utili a viandanti e contadini. E in alcuni casi, proprio come questo, utili anche a gruppetti di stranieri desiderosi di entrare in città con umili vestiti, lasciando fuori mantelli pregiati, spada e destriero. Giunsero al Priorato a metà mattina e furono ricevuti immediatamente sul retro della Chiesa. Lontano da occhi indiscreti camminavano tra campi ed orti, la sopravvivenza per il popolo delle Cure. Si accertarono con il Priore di S.Marco Vecchio che le informazioni arrivate ormai due mesi prima fossero confermate. Sì, il messaggio era proprio scritto di suo pugno. La Contea non aveva ancora osato chiedere balzelli al Priorato, che in ogni modo sosteneva la popolazione della zona; proprio per questo il Priore era così amato dalla sua gente, a differenza di altri suoi “colleghi” che appoggiavano la politica del Conte. Il Priore e questi strani visitatori discussero animosamente. Da lontano potevano sembrare contadini in cerca di lavoro nel Priorato che trattavano i lavori da svolgere e la ricompensa, un tetto sotto al quale dormire e tre pasti il giorno. In realtà fu loro confermato dal Priore che il piano stabilito tempo prima rimaneva invariato, alimentandone quindi le possibilità di riuscita. Tutto fu definito nei minimi particolari, anche se il timore che qualche piccolo dettaglio avrebbe potuto mandare a monte quanto previsto, opprimeva i pensieri di ognuno. Si salutarono. Il gruppo di uomini si avviò verso la città. La temperatura si era alzata molto da quando avevano deciso di lasciare il castello ed intraprendere il viaggio. L’ultima nevicata era soltanto un ricordo, ormai il sole iniziava a scaldare e fin dal mattino preannunciava l’arrivo imminente di una nuova primavera. Una stagione di cambiamenti per la Valle del Mugnone. Se fossero riusciti nei loro intenti i “poveri viandanti” avrebbero dapprima sconvolto la normalità di quella zona, e migliorato poi la vita di quella gente, dando loro più libertà ed uguaglianza. Almeno questa era la loro speranza. Giunti allo slargo delle Cure, avvertirono i rumori e gli odori dello storico mercato che in passato aveva dato da ben vivere agli abitanti della zona, ma che ora arricchiva solo le casse del Conte. Acquistarono una sacca (circa 1 Kg) di freschissimi fagioli bianchi poi si incamminarono di nuovo in direzione di Fiesole, questa volta passando dall’altra sponda del Mugnone. Iniziarono la salita che portava a S.Domenico, ma si arrestarono nei pressi di un campo che sovrastava il Mugnone sulla sponda destra, di fronte a Villa Ulivi. Lì, all’imbrunire accesero un fuoco per riscaldarsi, in quel modo avvertirono anche che erano arrivati. Dalla Villa scorsero il fuoco. Li stavano aspettando; tutto al momento procedeva come previsto. A buio un uomo sarebbe uscito per incontrarli. Portò con se un po’ di buon pane casalingo, dell’ottimo olio di oliva della villa e del vino rosso. Consumarono insieme un pasto tipico della zona: la Zuppa Bastarda. Il pentolone, sul fuoco, era riempito con una misura (1 litro) e mezzo d’acqua fredda del Mugnone nel quale erano stati tuffati tutti i bianchi fagioli, 2 spicchi d’aglio trovati tra le tasche degli abiti acquistati al Lapo, un po’ di sale e qualche fogliolina di salvia staccata al volo. Successivamente avrebbero aggiunto i quattro cucchiai di ottimo olio della Villa necessari per la cottura. Il pane, contemporaneamente alla cottura, si abbrustoliva leggermente sul fuoco. “Quasi pronto” – disse uno. “Era ora” – rispose un altro. Estratte le quattro ciotole dalla sacca da viaggio e depositata una fetta di pane in ognuna di esse, venne finalmente versata sopra una bella ramaiolata di fagioli e “broda” bollente. Ognuno aggiunse poi del sale, del pepe e dell’olio a piacimento. Il mattino successivo fu battaglia. E così gli uomini del Conte, che avevano occupato e oppresso la zona per anni, deridendo i contadini delle Cure storpiando il loro stornello: “Fiorentin mangia fagioli, lecca piatti e ramaioli, sotto terra ‘un c’è quattrini, accident’à Fiorentini”, non avrebbero immaginato che quella zuppa avrebbe preso il nome della terra da dove provenivano. La Zuppa Bastarda, in seguito Lombarda, fu mangiata dai Fiorentini in ricordo della cacciata del Conte e del suo seguito ed in onore degli uomini che attorno ad un fuoco e a un pentolone cambiarono i destini della zona.

Riccardo Paoli (2003)


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